09 Oct, 2026 - 21:30

Gubbio, tutto esaurito per la lectio magistralis di Massimo Recalcati sul lupo di San Francesco

Gubbio, tutto esaurito per la lectio magistralis di Massimo Recalcati sul lupo di San Francesco

C'è un lupo fuori di noi, nelle guerre che attraversano il presente, nei rapporti che si spezzano e nella difficoltà di riconoscere nell'altro qualcuno con cui condividere il mondo. Ma c'è anche un lupo dentro ciascuno di noi, una spinta alla violenza con cui siamo chiamati a fare i conti.

È attorno a questa duplice dimensione che Massimo Recalcati ha costruito la propria riflessione sul celebre incontro tra San Francesco e il lupo di Gubbio, riportando una storia medievale al centro delle inquietudini contemporanee.

Oltre 600 persone hanno riempito il Padiglione Spadalonga, nel complesso di San Francesco, per la lectio magistralis dello psicoanalista e saggista, appuntamento conclusivo della rassegna “Connessioni – Psicologiche e umane”, promossa dall'associazione Humanae Menti nell'ambito delle iniziative per l'ottavo centenario della morte del Poverello.

Il titolo dell'incontro, “San Francesco e il lupo: fare amicizia col nostro peggio”, racchiude il nucleo della riflessione proposta da Recalcati: la possibilità di riconoscere la violenza senza alimentarla, affrontare il conflitto senza ridurre l'altro a un nemico e costruire una relazione anche con ciò che suscita paura. Un tema che, nel contesto delle celebrazioni francescane, supera il valore della memoria e diventa una domanda rivolta direttamente al presente.

Massimo Recalcati a Gubbio: il lupo di San Francesco e la violenza del presente

"La scena dell'incontro di Francesco col lupo è una scena leggendaria ma di straordinaria attualità", ha raccontato Recalcati ai microfoni di Tag Umbria+, individuando nel racconto francescano una chiave per interpretare il tempo che stiamo vivendo.

Il lupo, nella lettura dello psicoanalista, non rappresenta soltanto una minaccia esterna. È anche il simbolo di una componente interiore, di quella spinta alla violenza che può attraversare l'esperienza individuale e trovare espressione nelle relazioni tra le persone.

La sua presenza non si esaurisce, dunque, nella figura dell'animale che terrorizza gli abitanti di Gubbio: diventa una metafora della ferocia che continua a manifestarsi nella società, fino ad assumere la forma estrema della guerra.

"C'è un lupo dentro di noi, non solo noi abbiamo a che fare con una spinta interna alla violenza, ma ci sono anche lupi fuori di noi", ha spiegato Recalcati, mettendo in relazione il conflitto interiore con quello che si consuma nel mondo.

Una distinzione che, in realtà, non separa due dimensioni indipendenti. La violenza che riconosciamo fuori di noi interroga anche la nostra capacità di comprenderne le dinamiche, di non riprodurle e di sottrarci alla tentazione di rispondere alla sopraffazione con altra sopraffazione.

È una questione che riguarda i rapporti quotidiani, ma che assume un peso ancora maggiore di fronte ai conflitti che segnano la contemporaneità.

"Questo è un tempo dove gli esseri umani si sbranano vivi. È il tempo della guerra, è il tempo del fratricidio", ha affermato lo psicoanalista.

Parole che riportano il racconto di Francesco alla sua dimensione più attuale. Il fratricidio richiama infatti una violenza che non colpisce soltanto qualcuno percepito come estraneo, ma che si esercita anche tra esseri umani legati dalla comune appartenenza.

È proprio in questa contraddizione che la fraternità francescana acquista significato: riconoscere l'altro come fratello, anche quando la paura e l'ostilità sembrano renderlo irraggiungibile.

San Francesco e il lupo di Gubbio: perché chiamarlo "frate" cambia la prospettiva

Il passaggio centrale della riflessione di Recalcati è racchiuso in una parola: fratello. Nel racconto francescano, Francesco non si limita a confrontarsi con una creatura temuta dagli abitanti della città, ma le attribuisce una dignità che consente di immaginare una relazione diversa da quella fondata sulla paura.

"E allora la parola di Francesco che chiama frate, cioè fratello il lupo, è una parola di conciliazione", ha sottolineato Recalcati. La scelta del santo, nella lettura proposta durante la lectio, non consiste nell'eliminare il pericolo né nel cancellare ciò che rende il lupo una presenza minacciosa.

Francesco non nega il conflitto e non cerca semplicemente di imporre la propria volontà. Prova, piuttosto, a modificare le condizioni dell'incontro, riconoscendo nell'altro qualcosa che non può essere ridotto alla sua aggressività. "Francesco non uccide il lupo né punta ad ammaestrare il lupo, gli riconosce dignità", ha proseguito lo psicoanalista.

È una differenza sostanziale. Eliminare il nemico significa cancellare la possibilità stessa di una relazione; ammaestrarlo, invece, può significare limitarsi a ricondurlo entro un ordine imposto dall'esterno. Riconoscerne la dignità apre un'altra strada: quella di un rapporto nel quale la violenza non viene negata, ma può essere affrontata senza che diventi l'unica risposta possibile.

"Il lupo uccide perché ha fame": la violenza e la possibilità di una relazione umana

Nel ragionamento di Recalcati, il comportamento del lupo non viene separato dalle ragioni che lo determinano. La sua ferocia è reale, ma non può essere compresa soltanto attraverso la paura che suscita. Il passaggio decisivo consiste nel provare a collocare quella violenza all'interno di una relazione, riconoscendo che dietro la minaccia esiste una condizione da comprendere.

"Il lupo uccide perché ha fame e il lavoro che fa Francesco è provare a iscrivere la violenza che è simbolizzata dal lupo dentro una relazione umana", ha spiegato Recalcati.

Il riferimento alla fame introduce un elemento fondamentale: la possibilità di guardare oltre il gesto violento, senza per questo giustificarlo.

Comprendere non equivale ad assolvere, così come riconoscere la dignità dell'altro non significa rinunciare alla responsabilità o ignorare le conseguenze delle sue azioni. Significa, piuttosto, sottrarsi a una lettura che identifichi completamente una persona con il suo lato più oscuro.

È qui che il racconto francescano incontra la riflessione psicologica. Fare i conti con il proprio “peggio” significa riconoscere l'esistenza di impulsi, fragilità e contraddizioni che non possono essere semplicemente cancellati. La possibilità di conviverci passa anche dalla capacità di riconoscerli e di impedire che determinino ogni scelta e ogni relazione.

Allo stesso modo, sul piano collettivo, la conciliazione richiede uno sforzo che non si esaurisce nella condanna della violenza. Occorre interrogarsi su ciò che alimenta il conflitto e sulla possibilità di costruire condizioni nelle quali il rapporto con l'altro non sia regolato esclusivamente dalla contrapposizione.

La lezione di Francesco, in questa prospettiva, non propone una risposta facile a problemi complessi. Suggerisce invece un cambiamento di sguardo: dal nemico da eliminare alla relazione da costruire, dalla paura che chiude ogni possibilità al riconoscimento che permette di immaginarne una nuova.

La zampa del lupo nelle mani di Francesco: il significato della riconciliazione

La riflessione di Recalcati si concentra infine sull'immagine conclusiva del racconto tramandato dai Fioretti di San Francesco, nella quale il rapporto tra il santo e l'animale trova una rappresentazione concreta.

"È per questo che lo chiama frate lupo. Ed è per questo che la scena raccontata dai fioretti si conclude con la zampa del lupo nelle mani del santo".

La zampa nelle mani di Francesco diventa il segno di una relazione trasformata. Non scompare la differenza tra il santo e l'animale, né viene cancellata la natura del lupo.

A cambiare è il modo in cui i due entrano in rapporto: ciò che prima era fonte di paura può essere avvicinato, riconosciuto e ricondotto a una dimensione di convivenza.

È un'immagine essenziale, ma proprio per questo capace di attraversare i secoli. In un tempo in cui la violenza rischia di imporre la propria logica, il gesto di Francesco richiama la possibilità di interrompere la catena della contrapposizione. Non attraverso la negazione del conflitto, ma cercando una strada che consenta di affrontarlo senza riprodurne continuamente le dinamiche.

La riconciliazione, dunque, non coincide con la semplice assenza di ostilità. Presuppone il riconoscimento dell'altro e la disponibilità a costruire un rapporto che non sia fondato esclusivamente sulla forza. È una prospettiva che interpella tanto la dimensione personale quanto quella collettiva, perché invita ciascuno a interrogarsi sul proprio modo di reagire alla paura e alla diversità.

Il centenario francescano a Gubbio: la cultura come occasione di confronto sul presente

La lectio magistralis di Recalcati ha chiuso il programma di “Connessioni – Psicologiche e umane”, il progetto con cui Humanae Menti ha inaugurato la propria attività pubblica a Gubbio attraverso quattro appuntamenti dedicati a teatro, filosofia, psicologia e attività per bambini.

La rassegna si è inserita nel più ampio calendario “Con Francesco, oltre Francesco”, promosso nell'ambito delle celebrazioni per l'ottavo centenario della morte del santo, ricorrenza che nel 2026 coinvolge la città con iniziative culturali, spirituali e artistiche.

Il percorso ha scelto di affrontare alcuni dei temi centrali dell'esperienza francescana (l'incontro con l'altro, la differenza, il conflitto e la fraternità) attraverso linguaggi diversi, con l'obiettivo di restituire attualità a una tradizione che continua a interrogare la società contemporanea.

A Gubbio, città legata alla memoria dell'incontro tra Francesco e il lupo, il racconto assume un significato particolare. Ma il suo valore non riguarda soltanto la ricorrenza del centenario: sta soprattutto nella possibilità di trasformare una storia conosciuta in una domanda sul presente.

Le oltre 600 persone riunite al Padiglione Spadalonga hanno ascoltato una riflessione che, partendo da una leggenda medievale, ha toccato questioni tutt'altro che lontane dalla vita quotidiana. Come riconoscere la violenza senza lasciarsi definire da essa? Come affrontare la diversità senza trasformarla automaticamente in una minaccia? E come costruire una relazione quando la paura sembra suggerire soltanto la distanza?

La risposta data da Recalcati passa per quel gesto con cui Francesco chiama il lupo “frate”. Un gesto che non cancella il pericolo, ma rifiuta di considerarlo l'unica verità possibile sull'altro.

In questo senso, fare amicizia con il proprio “peggio” non significa arrendersi alla ferocia, bensì riconoscerla per poterla affrontare. E chiamare fratello il lupo non significa ignorarne gli artigli, ma tentare di costruire una relazione che non sia destinata a concludersi nello scontro.

È forse proprio qui che la storia di Francesco conserva la sua forza più profonda: nella possibilità di guardare ciò che ci spaventa senza smettere di cercare una via per vivere insieme.

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