Il percorso di revisione delle regole venatorie in Umbria si infrange contro l'ennesimo muro di veti incrociati. L'esito dell'ultima Consulta faunistico-venatoria regionale ha innescato una dura spaccatura tra le rappresentanze del settore, riaprendo una vertenza che sembrava ormai definita. Al centro della contesa ci sono le modifiche al regolamento per la caccia al cinghiale, un provvedimento strutturale concordato al termine di una lunga fase preparatoria che ha visto seduti allo stesso tavolo tutti i soggetti operanti sul territorio. Eppure, nel momento esatto in cui gli impegni dovevano tradursi in norme operative, il fronte si è spaccato: parte delle organizzazioni ha operato una repentina marcia indietro, congelando di fatto l'intero iter burocratico.
A denunciare formalmente l'impasse è Maurizio Lorenzini, presidente regionale di Federcaccia Umbra, che punta l'indice contro la regressione strategica di chi, dopo aver avallato i punti cardine nelle sedi istituzionali, ha scelto di sfilarsi rimettendo in discussione gli accordi. Un comportamento che, nell'analisi del vertice associativo, non fa che alimentare l'immobilismo del comparto, costringendolo entro griglie normative obsolete che ignorano le profonde trasformazioni territoriali e ambientali dell'ultimo trentennio.

La divergenza emersa nelle ultime ore fotografa una dinamica politica interna che va oltre la singola gestione degli abbattimenti. Secondo la ricostruzione fornita da Federcaccia Umbra, il percorso di riscrittura normativa non ha subito accelerazioni improvvise, ma ha seguito una trafila meticolosa scandita dal coinvolgimento corale di tutte le associazioni venatorie e agricole dell'Umbria, chiamate a formulare rilievi tecnici ed emendamenti. Un confronto lungo, conclusosi tuttavia con un improvviso arroccamento negoziale da parte della maggioranza delle sigle. In questa fase conclusiva, soltanto Federcaccia e Cpa (Caccia, Pesca, Ambiente) hanno scelto di non ritrattare le posizioni sottoscritte durante i lavori.
A spiegare la gravità istituzionale di quanto accaduto è lo stesso Maurizio Lorenzini: “È arrivato il momento di porre con chiarezza una questione che non può più essere ignorata: in Umbria ogni tentativo di riformare e modernizzare il sistema venatorio rischia sistematicamente di essere bloccato prima ancora di poter essere realmente sperimentato e valutato”. Il presidente evidenzia come la riunione della Consulta abbia rappresentato l'ennesima riprova di un corto circuito decisionale: “Si è tornati infatti a discutere delle modifiche al regolamento per la caccia al cinghiale, nonostante il relativo iter sia stato avviato ormai da tempo, al termine di un lungo percorso di confronto che ha visto coinvolte tutte le Associazioni venatorie e agricole, nessuna esclusa. Un percorso nel quale ciascuno ha avuto modo di confrontarsi, avanzare osservazioni e assumere una propria posizione. Eppure, arrivati al momento di dare concretezza a quanto discusso, assistiamo ancora una volta a ripensamenti e passi indietro”.
Il richiamo alle regole del gioco investe direttamente la credibilità del confronto pubblico. Nelle sedi designate dalla Regione, la responsabilità di rappresentanza impone la continuità delle posizioni: “Ad oggi Federcaccia e Cpa sono le sole associazioni ad aver correttamente mantenuto le posizioni assunte nel corso dell’iter. Ed è proprio questo il punto: esistono sedi istituzionali deputate al confronto, a partire dalla Consulta faunistico-venatoria regionale, nelle quali le associazioni sono chiamate ad assumersi la responsabilità delle proprie posizioni. Non è accettabile condividere o sostenere determinati percorsi nei tavoli ufficiali e poi, quando arriva il momento delle decisioni, bloccare tutto o rimettere continuamente in discussione quanto precedentemente concordato. Così facendo non si tutela la caccia. Si produce soltanto immobilismo”.

L'effetto immediato del blocco ricade su un equilibrio territoriale già fortemente compromesso dalla pressione demografica dei selvatici. Le criticità connesse ai danni all’agricoltura, unite alle necessità di una gestione faunistica calibrata sui numeri reali e sulle mutazioni dell'ecosistema collinare e boschivo umbro, esigono strumenti di intervento aggiornati. L'attuale quadro regolamentare viene descritto come un impianto ormai anacronistico, incapace di rispondere alle esigenze operative delle squadre e degli operatori agricoli.
Questo stop arriva peraltro a dispetto dell'indirizzo tracciato dalla stessa amministrazione regionale. Maurizio Lorenzini riconosce l'operato dell'assessorato competente guidato da Simona Meloni, evidenziando come l'interlocuzione politica fosse finalmente orientata alla risoluzione dei nodi critici: “Questo accade nonostante la disponibilità al confronto e al cambiamento manifestata dall’assessora regionale Simona Meloni, alla quale va riconosciuto di aver aperto un percorso di interlocuzione con il mondo venatorio sui diversi temi che da tempo necessitano di una revisione”.
La linea difensiva di Federcaccia poggia sulla necessità del pragmatismo e della verifica sul campo delle misure individuate, sottraendo il dibattito a posizioni dogmatiche: “Federcaccia non sostiene di possedere la bacchetta magica, né pretende che ogni proposta di riforma sia necessariamente quella giusta. Le riforme possono essere migliorate, corrette e, se non funzionano, anche riviste. Ma per giudicarle occorre prima avere il coraggio di farle. Il territorio, la gestione faunistica, le esigenze dei cacciatori e le problematiche legate agli ungulati e ai danni all’agricoltura sono profondamente cambiati. Non possiamo continuare a ragionare con schemi vecchi di trent’anni”.

Dietro le oscillazioni di giudizio e le resistenze opposte dalle altre compagini venatorie si intravede, secondo i vertici di Federcaccia Umbra, una cautela elettorale legata alla tenuta associativa piuttosto che alla tutela complessiva dell'attività sul territorio. Il timore di scontentare sacche minoritarie di iscritti rischierebbe di subordinare l'interesse generale del mondo rurale a dinamiche di consenso: “Le associazioni venatorie devono tornare a preoccuparsi prima di tutto del futuro della caccia e dei cacciatori, anziché leggere ogni cambiamento attraverso la lente della competizione per il tesseramento”.
La sigla guidata da Maurizio Lorenzini ribadisce la volontà di procedere sul piano della discussione di merito, chiedendo a tutti gli attori in campo un cambio di passo e l'abbandono di veti conservativi: “Federcaccia Umbra continuerà a portare avanti le proprie proposte senza pretendere che siano intoccabili, ma chiedendo che vengano discusse nel merito e che, quando esistono le condizioni, si abbia finalmente il coraggio di sperimentarle. Quello che non siamo più disponibili ad accettare è che ogni tentativo di innovazione venga paralizzato dalla paura di cambiare o da logiche esclusivamente associative”. Un richiamo alla linearità che investe direttamente anche il rapporto tra le parti sociali e l'esecutivo: “Così come la politica regionale deve poter assumere le proprie decisioni dopo aver ascoltato tutti, assumendosi la responsabilità delle scelte e verificandone successivamente i risultati, anche alle Associazioni venatorie chiediamo la stessa responsabilità e, soprattutto, serietà e coerenza nelle sedi istituzionali”.