L’Umbria ha un tasso di occupazione elevato, una disoccupazione contenuta, un patrimonio ambientale apprezzato e città dove i ritmi di vita restano più sostenibili rispetto alle grandi aree metropolitane.
Eppure continua a perdere giovani, soprattutto laureati e persone altamente qualificate. È questa l’apparente contraddizione dalla quale partire per comprendere un fenomeno che ormai non può più essere liquidato con la semplice formula della “fuga dei cervelli”.
Una ricerca realizzata da Francesco Berni, docente di Urbanistica all’Università per Stranieri di Perugia, e Alessandro Latterini, sociologo dell’Università degli Studi di Firenze, prova a guardare dentro questa diaspora e soprattutto a capire se il rapporto con chi è partito possa continuare anche a distanza.
I numeri raccolti dai due studiosi indicano che tra il 2013 e il 2022 oltre 10mila umbri con meno di 40 anni hanno lasciato la regione, più di 2.500 dei quali laureati. L’indagine qualitativa condotta su 140 giovani segnala inoltre un dato significativo: il 41 per cento mantiene ancora formalmente la residenza in Umbria pur vivendo e lavorando altrove.

Il primo equivoco da superare riguarda proprio l’occupazione.
Secondo la Banca d’Italia, nel 2025 il tasso di occupazione umbro ha raggiunto il 69,1 per cento, sensibilmente superiore alla media nazionale, mentre la disoccupazione è scesa al 4,6 per cento. Numeri che, presi isolatamente, sembrerebbero descrivere un territorio capace di offrire opportunità.
Eppure la stessa Banca d’Italia rileva una crescente difficoltà dell’economia regionale nel trattenere i giovani laureati, nonostante la buona capacità delle università umbre di attrarre studenti provenienti da altre regioni.
Il problema, dunque, non sembra essere semplicemente trovare un posto di lavoro. Conta quale lavoro, con quale retribuzione, quali possibilità di crescita e quante alternative esistano nello stesso territorio.
La ricerca di Berni e Latterini è molto chiara su questo punto.
Tra gli intervistati, l’80 per cento indica la crescita professionale tra le motivazioni della partenza, il 79 per cento le opportunità lavorative, il 68 per cento l’alta formazione e il 57 per cento una retribuzione migliore.
Il dato salariale trova un riscontro anche nelle analisi economiche. Nel lungo periodo, le retribuzioni reali del settore privato umbro hanno perso l’8 per cento del potere d’acquisto, contro il 6,2 per cento registrato complessivamente in Italia.
Un laureato non confronta più necessariamente Perugia o Terni soltanto con la città vicina. Il confronto avviene con Milano, Bologna, Roma, Londra, Berlino, Parigi o Bruxelles, cioè con mercati del lavoro nei quali possono esistere più aziende dello stesso settore, maggiore mobilità professionale e percorsi di carriera più rapidi.
Alla questione economica si aggiunge quella demografica.
Alla fine del 2024 l’Umbria contava 851.473 abitanti, 1.595 in meno rispetto all’anno precedente. L’età media ha raggiunto i 48,4 anni e l’indice di vecchiaia è salito a 247,4: quasi due anziani e mezzo ogni giovane sotto i 15 anni.
La partenza di una persona di trent’anni, quindi, non significa soltanto perdere una competenza professionale. Significa ridurre anche il potenziale futuro di famiglie, consumi, innovazione, associazionismo e nuova imprenditorialità.
È un circuito che rischia di autoalimentarsi: meno giovani producono comunità più anziane e comunità più anziane possono diventare meno attrattive proprio per chi dovrebbe rinnovarle.
Eppure chi parte non respinge l’Umbria.
Nella ricerca vengono apprezzati ambiente, paesaggio, bassa densità abitativa e ritmi di vita meno stressanti. L’85 per cento degli intervistati dichiara addirittura di essere disponibile a contribuire allo sviluppo della regione mettendo a disposizione competenze e relazioni maturate altrove.
Tra le criticità compaiono invece trasporto pubblico insufficiente, dipendenza dall’automobile, salari bassi e scarsa corrispondenza tra formazione acquisita e opportunità professionali disponibili.
È qui che emerge forse il vero problema: la qualità della vita può essere molto elevata, ma diventa decisiva soltanto quando esistono anche opportunità compatibili con le aspirazioni professionali.

Berni e Latterini propongono quindi di non ragionare esclusivamente in termini di rientro.
L’idea è quella di costruire una rete regionale della diaspora, una sorta di infrastruttura civica capace di mettere in collegamento giovani umbri che vivono altrove con amministrazioni, università, imprese e società civile.
Non necessariamente riportare tutti a casa, dunque, ma fare in modo che chi è partito continui a produrre relazioni, conoscenze e opportunità per il territorio.
È una proposta interessante, ma pone anche una domanda ulteriore: una rete degli umbri nel mondo può diventare una risorsa, ma può sostituire la necessità di rendere l’Umbria più capace di trattenere chi oggi ha venticinque o trent’anni?
Probabilmente è questo il vero nodo. Non soltanto impedire ai giovani di partire, ma costruire una regione nella quale restare non significhi rinunciare a crescere.