Dal campo al bicchiere, con una distanza che si accorcia fino a coincidere con quella tra un’azienda agricola e un birrificio. È questa la prospettiva aperta dal primo luppoleto realizzato nel territorio comunale di Perugia dalla ripresa della coltivazione del luppolo in Italia. L’impianto è stato inaugurato il 4 settembre a Sant’Andrea d’Agliano, sui terreni dell’Azienda Agricola Il Luppoleto, in via del Metullo 22, nell’ambito della terza e ultima giornata di “Luppoleti Aperti 2026”.
L’apertura al pubblico è avvenuta con un partecipato Agri Vernissage, organizzato nei giorni della raccolta, occasione nella quale è stato presentato anche il progetto di filiera corta che collega la coltivazione della materia prima alla produzione di birra artigianale nel territorio perugino. L'iniziativa coinvolge l'Azienda Agricola L.A.B., incaricata della coltivazione e della gestione agronomica, la Fabbrica della Birra Perugia e le imprese agricole riunite nella Rete Luppolo Made in Italy.
Il significato dell'inaugurazione va quindi oltre la nascita di un nuovo impianto agricolo. Il progetto punta infatti a costruire una filiera nella quale il luppolo non sia più una materia prima anonima acquistata lontano dal luogo di trasformazione, ma un prodotto legato a un preciso territorio, alle sue caratteristiche agricole e alla sua capacità di influenzare il risultato finale.
Per comprendere il valore dell'iniziativa è necessario partire dalla storia della coltivazione del luppolo in Italia. Per decenni la produzione nazionale è rimasta marginale e i birrifici italiani hanno fatto ampio ricorso a materia prima proveniente dall'estero.
La ripresa della coltivazione è relativamente recente e si è sviluppata attraverso esperienze agricole distribuite in diverse aree del Paese. Il progetto di Sant'Andrea d'Agliano porta questo processo direttamente dentro il territorio di Perugia. È un passaggio significativo soprattutto per un comparto, quello della birra artigianale e agricola, che negli ultimi anni ha progressivamente rafforzato il rapporto con le produzioni locali.
Il luppolo, infatti, non è un elemento secondario della birra. È la materia prima che contribuisce in maniera determinante al profilo aromatico e amaricante della bevanda e la sua qualità, insieme alla varietà utilizzata e alle modalità di lavorazione, può incidere profondamente sulle caratteristiche del prodotto. Per questo coltivarlo nel territorio in cui viene trasformato significa poter sperimentare una relazione molto più diretta tra agricoltura e produzione birraria.
Il modello scelto a Perugia non è quello di un'unica realtà che concentra tutte le fasi della produzione. I terreni appartengono all'Azienda Agricola Il Luppoleto, mentre l'Azienda Agricola L.A.B. segue la coltivazione e la gestione agronomica delle piante durante il ciclo produttivo. La Fabbrica della Birra Perugia, invece, rappresenta il terminale della filiera sul fronte della trasformazione e ha contribuito alla scelta delle varietà da coltivare.
A fare da collegamento è la Rete Luppolo Made in Italy, una struttura che punta a mettere in relazione aziende agricole, ricerca e comparto birrario. In Umbria la rete coinvolge realtà distribuite in dieci comuni di coltivazione e opera anche in relazione con la Malteria Artigianale Italiana e con il CERB, Centro di Ricerca per l'Eccellenza della Birra dell'Università degli Studi di Perugia.
Uno degli aspetti più interessanti del progetto riguarda il rapporto tra il luppolo e il luogo nel quale viene coltivato. La pianta può raggiungere diversi metri di altezza e viene sostenuta da strutture che arrivano a circa sei metri. La raccolta, inoltre, avviene in una finestra temporale relativamente ristretta, quando i coni hanno raggiunto il livello di maturazione necessario.
Ma non è soltanto una questione di tecnica agricola. Suolo, esposizione, altitudine e andamento climatico possono incidere sulle caratteristiche aromatiche del luppolo.
Ne deriva un principio particolarmente interessante per la birra: la stessa varietà, coltivata in territori differenti, può esprimere caratteristiche diverse. È il cosiddetto concetto di “terroir”, tradizionalmente associato soprattutto al vino e all'olio, che attraverso la coltivazione locale del luppolo può trovare una nuova applicazione anche nel mondo della birra artigianale.
La conseguenza è potenzialmente rilevante: una birra prodotta a Perugia con luppolo coltivato a Perugia può sviluppare caratteristiche legate proprio a quel territorio. Non significa soltanto utilizzare una materia prima locale. Significa provare a costruire un'identità produttiva.
Il progetto si inserisce nella strategia della Rete Luppolo Made in Italy di rafforzare la conoscenza della filiera agricola della birra.
"La birra - afferma Stefano Fancelli, presidente della Rete Luppolo Made in Italy - deve passare dall'essere percepita come una bevanda della socialità a essere condivisa come eccellenza del made in Italy agroalimentare di cui essere orgogliosi: questa crescita passa dalla valorizzazione della filiera agricola della birra, a partire dall'ingrediente più caratterizzante, il luppolo. Questa tipologia di attività è rivolta sia agli appassionati del prodotto birrario di alta qualità che a un pubblico più ampio, dato che diffonde la conoscenza e la condivisione dell'identità e della qualità del prodotto luppolo da filiera corta e della birra artigianale e agricola dell'Umbria".
La prospettiva indicata è dunque quella di una filiera che non si limita alla produzione, ma prova a costruire anche conoscenza e cultura del prodotto. L'obiettivo è avvicinare il consumatore alle diverse fasi che precedono la birra nel bicchiere: il terreno, la pianta, la raccolta, la trasformazione e infine la degustazione.
Per Roberto Palazzetti, titolare dell'Azienda Agricola Il Luppoleto, il progetto nasce invece dall'incontro tra storia familiare e capacità di guardare a nuove forme di agricoltura.
"Il Luppoleto di Perugia - racconta - nasce da tre parole. 'Cuore' per le proprie origini, a cominciare dall'azienda agricola che ho ereditato dalla mia famiglia e dai campi che hanno coltivato per una vita intera; il 'valore' della cooperazione, di fare rete e costruire progetti in sinergia; 'innovazione', ovvero immaginare di percorrere strade nuove a partire da ciò che si è e si conosce. In questo lo slogan degli amici di Birra Perugia: 'bevi per ricordare', ci pare perfetto".
È una sintesi che restituisce anche una delle caratteristiche più interessanti dell'iniziativa: la possibilità di utilizzare una struttura agricola già radicata nella storia familiare per sperimentare una coltura relativamente nuova nel panorama produttivo italiano.
Il luppoleto diventa così un punto d'incontro tra memoria agricola e innovazione, tra la continuità del terreno e una coltivazione che può aprire nuove prospettive economiche.
Il collegamento con la Fabbrica della Birra Perugia costituisce il passaggio decisivo verso la trasformazione della materia prima. Lo staff del birrificio sottolinea proprio il valore della vicinanza fisica tra il campo e il luogo nel quale la materia prima viene utilizzata.
"L'amicizia con tutti i soggetti interessati e la vicinanza del campo in cui sorge il luppoleto è stata una molla decisiva per il nostro impegno. Da quando siamo nati - racconta lo staff del birrificio - abbiamo puntato a fare grandi birre con le migliori materie prime possibile. Finalmente riusciamo a trovare queste eccellenze nel nostro territorio, e siamo protagonisti della loro coltivazione. Abbiamo accorciato notevolmente la filiera, riallacciato il rapporto diretto con l'agricoltura e dato gambe al sogno di fare una birra che avesse il sapore della nostra terra".
È proprio questo il cuore economico e produttivo dell'operazione: accorciare la distanza tra chi coltiva e chi trasforma. Un principio che riguarda la sostenibilità della filiera, ma anche la riconoscibilità del prodotto e la possibilità di costruire una narrazione territoriale intorno alla birra.
L'inaugurazione di Perugia ha rappresentato la tappa conclusiva dell'edizione 2026 di “Luppoleti Aperti – La festa del luppolo”, iniziativa dedicata alla conoscenza della coltivazione e della filiera del luppolo.
Il calendario di quest'anno si è sviluppato attraverso tre appuntamenti in Umbria: il 23 agosto al birrificio agricolo Mastri Birrai Umbri di Gualdo Cattaneo, il 29 agosto all'Azienda Agricola Il Lombrico Felice di Città di Castello e il 4 settembre al luppoleto di Perugia. Il format ha permesso di entrare direttamente nei luoghi della coltivazione, osservare le piante durante il ciclo produttivo, partecipare a laboratori sensoriali e conoscere il rapporto tra luppolo e birra.
A Sant'Andrea d'Agliano la giornata ha previsto anche un laboratorio sensoriale condotto dall'Hop Flavorist Stefano Fancelli e una degustazione di birra artigianale umbra di Birra Perugia. Un modo per trasformare la raccolta in un momento di divulgazione e per far conoscere una coltura che, nonostante la sua importanza per la birra, rimane ancora poco conosciuta dal grande pubblico.
La prospettiva del progetto non si ferma però all'agricoltura. Tra le ipotesi allo studio c'è infatti l'inserimento del luppoleto nei percorsi di turismo esperienziale legati alle produzioni agricole umbre.
L'idea è quella di affiancare alla tradizionale offerta legata a vino e olio anche un percorso dedicato alla birra, attraverso la visita ai campi, la conoscenza delle varietà coltivate, l'esperienza della raccolta e la degustazione del prodotto finito.
È una strada che si inserisce in un fenomeno più ampio: il cosiddetto birraturismo, che in Italia sta conquistando un pubblico sempre più interessato non soltanto al consumo della birra, ma alla conoscenza dei luoghi e delle persone che la producono. Secondo un'analisi diffusa da Coldiretti e Consorzio Birra Italiana nell'agosto 2026, sono circa 13 milioni gli italiani che nell'estate di quest'anno hanno programmato esperienze legate al birraturismo, dalla degustazione alla visita di aziende e luppoleti.
Il dato aiuta a comprendere perché un'infrastruttura agricola possa diventare anche un possibile elemento dell'offerta turistica.
Tra le prospettive più concrete indicate dai promotori c'è infine la realizzazione di uno spazio dedicato alla degustazione direttamente all'interno del luppoleto.
L'idea è quella di creare un “hop & beer garden”, un luogo nel quale il pubblico possa bere la birra nel punto esatto in cui cresce il luppolo utilizzato per produrla.
Il progetto, se realizzato, aggiungerebbe alla filiera una componente esperienziale particolarmente forte: non soltanto vedere come nasce la materia prima, ma consumare il prodotto finito nello stesso luogo nel quale quella materia prima viene coltivata.
Per l'Umbria si tratterebbe di una proposta ancora poco esplorata e potenzialmente capace di collegare agricoltura, birra artigianale e turismo.
Un'altra linea di sviluppo riguarda la ricerca sulle varietà di luppolo autoctono. È forse questo il passaggio più ambizioso del progetto. Se la prima fase consiste nel coltivare varietà selezionate e adattarle al territorio, l'obiettivo successivo potrebbe essere quello di individuare e valorizzare materiale vegetale capace di esprimere caratteristiche proprie dell'area.
In questo modo l'identità territoriale non sarebbe legata soltanto al luogo di coltivazione, ma alla pianta stessa. La ricerca, in questo senso, potrebbe diventare uno degli elementi più importanti per il futuro della filiera umbra, soprattutto grazie alla presenza sul territorio di competenze scientifiche e produttive già attive nel settore.
Il luppoleto di Sant'Andrea d'Agliano nasce quindi all'incrocio tra più dimensioni. C'è quella agricola, perché il progetto introduce una coltura destinata a entrare nella filiera produttiva locale. C'è quella industriale e artigianale, rappresentata dalla trasformazione del luppolo in birra. C'è quella scientifica, sostenuta dalle attività di ricerca e dalle competenze del CERB. E c'è infine quella turistica, con l'ipotesi di trasformare il campo in un luogo visitabile e di esperienza.
La vera scommessa, però, sarà capire se questi elementi riusciranno a consolidarsi in una filiera stabile. L'inaugurazione del 4 settembre rappresenta infatti un punto di partenza più che un traguardo. La pianta ha bisogno di tempo per raggiungere la piena capacità produttiva e il progetto dovrà misurarsi con le condizioni agricole, con le esigenze del birrificio e con la capacità di costruire una domanda attorno a un prodotto che punta a essere riconoscibile proprio per il suo legame con il territorio.
La novità del luppoleto perugino non sta dunque soltanto nel fatto che, per la prima volta, il territorio comunale ospita una coltivazione destinata direttamente alla produzione birraria. Il vero elemento di interesse è la possibilità di costruire una filiera completa e leggibile, nella quale ogni passaggio possa essere ricondotto a un territorio preciso.
Dalla terra di Sant'Andrea d'Agliano alle piante di luppolo, dalla raccolta alla trasformazione, fino alla birra servita nel bicchiere: il progetto prova a ricomporre una catena produttiva che per lungo tempo, in Italia, è rimasta frammentata e dipendente dalle importazioni.
Perugia entra così in una mappa italiana del luppolo che negli ultimi anni si è progressivamente ampliata. E lo fa con un progetto che guarda contemporaneamente all'agricoltura, alla birra artigianale, alla ricerca e al turismo. Il prossimo passaggio sarà verificare quanto questa intuizione riuscirà a radicarsi.
Perché il primo luppoleto di Perugia è stato inaugurato il 4 settembre, ma la storia che i suoi promotori vogliono raccontare comincia adesso: quella di una birra che non vuole soltanto essere prodotta in Umbria, ma provare a raccontare, attraverso una delle sue materie prime fondamentali, il luogo dal quale proviene.