Un'economia regionale che mostra segnali di crescita in alcuni comparti produttivi, ma che fatica a tradurre questi risultati in una crescita complessiva in linea con il resto del Paese.
È il quadro che emerge dai dati sul valore aggiunto dell'Umbria relativi al 2025, diffusi dalla Camera di Commercio regionale sulla base dell'indagine di Unioncamere e del Centro Studi delle Camere di commercio Guglielmo Tagliacarne.
L'industria si colloca al quarto posto nella graduatoria nazionale per crescita, le costruzioni raggiungono la seconda posizione e l'agricoltura conquista la sesta. Un andamento positivo che, tuttavia, non basta a compensare le difficoltà del terziario, dove si concentrano le principali criticità dell'economia regionale.
Il valore aggiunto umbro ha raggiunto quota 25,34 miliardi di euro, registrando un incremento dell'1,80% rispetto all'anno precedente. Un risultato che resta però distante dalla media italiana, pari al 2,30%, e da quella delle regioni del Centro, che si attesta al 2,29%.
Nella graduatoria complessiva l'Umbria si colloca al quartultimo posto tra le regioni italiane, davanti soltanto a Puglia, Molise e Toscana. A pesare è soprattutto l'andamento dei servizi, che rappresentano quasi il 70% dell'economia regionale.
I tre principali aggregati del settore mostrano infatti risultati inferiori alle rispettive medie nazionali: uno registra addirittura una contrazione, mentre gli altri due si fermano al penultimo posto nella graduatoria italiana. Una situazione che evidenzia lo squilibrio tra i comparti produttivi, capaci di crescere a ritmi sostenuti, e una parte consistente delle attività economiche e dei servizi.
Il primo elemento che emerge dall'analisi riguarda la crescita complessiva del valore aggiunto regionale. Nel 2025 l'Umbria ha raggiunto 25,34 miliardi di euro, con un aumento dell'1,80% rispetto al 2024. La distanza dalla media italiana, ferma al 2,30%, è di mezzo punto percentuale, mentre il confronto con il dato delle regioni del Centro, pari al 2,29%, restituisce una situazione sostanzialmente analoga.
Soltanto tre regioni registrano una variazione inferiore a quella umbra. La Puglia si ferma all'1,69%, il Molise all'1,51% e la Toscana all'1,47%. Risultati migliori arrivano invece dalle regioni confinanti: le Marche segnano un incremento del 2,38%, mentre il Lazio raggiunge il 2,80%, superando sia il dato umbro sia le medie nazionale e dell'Italia centrale.
La posizione dell'Umbria nella graduatoria complessiva è il risultato di una dinamica settoriale non uniforme. Da un lato, manifattura, edilizia e agricoltura mostrano una capacità di crescita significativa; dall'altro, i comparti dei servizi procedono a un ritmo decisamente più contenuto, con una flessione in uno degli aggregati più importanti per il tessuto economico regionale.
È proprio il peso di questi ultimi a spiegare la difficoltà nel trasformare i risultati positivi di alcuni settori in un incremento complessivo più consistente.
Industria, costruzioni e agricoltura rappresentano infatti complessivamente il 30,03% del valore aggiunto umbro. Il restante 69,97% è costituito dai tre grandi aggregati dei servizi, che nel 2025 hanno registrato tutti una crescita inferiore ai rispettivi riferimenti nazionali.
Un elemento metodologico è importante per interpretare correttamente il dato: le variazioni diffuse dalla Camera di Commercio sono calcolate a prezzi correnti.
L'incremento dell'1,80%, pertanto, non corrisponde alla crescita reale dell'economia, poiché non è depurato dall'effetto dell'inflazione. Il valore aggiunto misura la ricchezza prodotta dalle attività economiche al netto dei beni e dei servizi intermedi utilizzati nel processo produttivo.
La criticità più evidente riguarda l'aggregato che comprende commercio all'ingrosso e al dettaglio, riparazione di veicoli, trasporti e magazzinaggio, attività ricettive e ristorazione, oltre ai servizi di informazione e comunicazione. Nel 2025 il valore aggiunto di questo insieme di attività è diminuito dello 0,45%, mentre a livello nazionale ha registrato un incremento del 2,14%.
L'Umbria è l'unica regione italiana a chiudere l'anno con una variazione negativa in questo comparto. Una distanza significativa rispetto al resto del Paese, soprattutto considerando che si tratta di attività che, nel loro insieme, rappresentano una componente rilevante dell'economia regionale. Il settore produce infatti 5,76 miliardi di euro, pari al 22,73% del valore aggiunto complessivo.
Anche il confronto con gli altri territori del Centro evidenzia una situazione di difficoltà. La Toscana registra una crescita dello 0,21%, le Marche dello 0,81% e il Lazio dell'1,38%. L'Umbria, invece, non soltanto resta distante dalla media nazionale, ma è l'unica realtà regionale a evidenziare una contrazione dell'aggregato.
Il dato merita attenzione anche alla luce dell'andamento dei flussi turistici. Nel corso del 2025 l'Umbria ha infatti registrato un aumento degli arrivi nelle strutture ricettive del 9,1% e delle presenze dell'8,5%, raggiungendo rispettivamente 3,04 e 7,94 milioni.
La crescita dei visitatori e dei pernottamenti si accompagna dunque a una flessione del valore aggiunto del raggruppamento economico nel quale rientrano anche alberghi e ristoranti.
I due indicatori, tuttavia, misurano fenomeni differenti. Il dato negativo non può essere attribuito esclusivamente al turismo o alla ristorazione, perché l'aggregato comprende anche commercio, trasporti, riparazione di veicoli e comunicazione. La rilevazione non consente, di fatto, di individuare quale singola attività abbia inciso maggiormente sulla contrazione.
Resta comunque significativo il risultato complessivo: un settore che da solo rappresenta quasi un quarto dell'economia umbra registra una variazione negativa, in controtendenza rispetto a quanto avviene nel resto delle regioni italiane.
Non sono soltanto le attività legate al commercio, ai trasporti e all'ospitalità a mostrare difficoltà. Anche gli altri due grandi aggregati dei servizi evidenziano una crescita contenuta, collocando l'Umbria nelle ultime posizioni della graduatoria nazionale.
Il primo comprende le attività finanziarie e assicurative, immobiliari, professionali, scientifiche e tecniche, oltre ai servizi amministrativi e di supporto. Nel 2025 questo insieme di attività ha prodotto in Umbria un valore aggiunto di 6,59 miliardi di euro, pari al 26% del totale regionale. La crescita si è fermata allo 0,96%, contro il 2,39% della media italiana e il 2,30% del Centro.
La regione si colloca così al penultimo posto nazionale, precedendo soltanto il Veneto, che registra un incremento dello 0,81%. Un risultato che assume particolare rilevanza se rapportato al peso economico dell'aggregato, il più consistente tra i tre raggruppamenti dei servizi considerati nell'analisi.
La seconda area comprende invece la pubblica amministrazione e la difesa, l'assicurazione sociale obbligatoria, l'istruzione, la sanità e l'assistenza sociale, le attività artistiche e di intrattenimento, la riparazione di beni per la casa e gli altri servizi. Anche in questo caso la crescita umbra si ferma a un livello nettamente inferiore rispetto ai riferimenti nazionali.
Il valore aggiunto generato raggiunge 5,38 miliardi di euro, corrispondenti al 21,24% dell'economia regionale. L'incremento registrato nel 2025 è dello 0,84%, a fronte del 2,15% nazionale e del 2,23% del Centro. Anche per questo aggregato l'Umbria è penultima in Italia, davanti soltanto alla Valle d'Aosta, che registra lo 0,80%.
La lettura dei dati richiede, in questo caso, una distinzione: il raggruppamento non comprende esclusivamente le attività della pubblica amministrazione, ma anche numerosi servizi pubblici e privati. Il risultato dello 0,84% non può quindi essere interpretato come il tasso di crescita della sola sanità, della scuola o dell'amministrazione pubblica.
Considerati nel loro insieme, i tre aggregati dei servizi rappresentano il 69,97% del valore aggiunto regionale. È questo il dato che contribuisce a spiegare maggiormente il posizionamento dell'Umbria nella graduatoria complessiva: le difficoltà riguardano la parte più consistente del sistema economico, mentre i settori produttivi tradizionali, pur mostrando risultati positivi, hanno un peso inferiore al loro interno.
Se il terziario rappresenta il principale elemento di debolezza, il quadro cambia osservando l'andamento dell'industria, delle costruzioni e dell'agricoltura. I tre comparti mostrano infatti incrementi superiori alle rispettive medie nazionali, collocando l'Umbria tra le regioni con i risultati migliori.
È l'industria in senso stretto, escluso il settore delle costruzioni, a conquistare il quarto posto nella graduatoria italiana. Nel 2025 il comparto ha registrato una crescita del 3,59%, più del doppio rispetto all'incremento nazionale, fermo all'1,37%.
Il valore aggiunto generato ammonta a 5,17 miliardi di euro, pari al 20,39% dell'economia umbra. Un dato che conferma il peso del sistema industriale nel tessuto produttivo regionale e la sua capacità di contribuire alla creazione di ricchezza.
Ancora più marcato è l'andamento delle costruzioni, che raggiungono la seconda posizione in Italia con un incremento dell'8,26%. Soltanto l'Abruzzo, con il 12,18%, registra una crescita superiore. Il comparto produce 1,67 miliardi di euro, equivalenti al 6,60% del valore aggiunto regionale, e si attesta ben al di sopra della media nazionale, pari al 3,43%.
Nel territorio umbro sono presenti anche numerosi cantieri legati alla ricostruzione successiva al sisma del 2016. Un contesto che si inserisce nel quadro degli investimenti edilizi, anche se l'indagine non quantifica quanto questi interventi abbiano contribuito specificamente alla crescita registrata dal settore.
Buono anche il risultato dell'agricoltura, che si colloca al sesto posto tra le regioni italiane con un aumento dell'8,57%. La crescita supera sia il dato nazionale, pari al 6%, sia quello del Centro, che si attesta al 6,82%. Il comparto genera circa 770 milioni di euro, rappresentando il 3,04% del valore aggiunto complessivo.
Il risultato è un'economia nella quale i comparti produttivi tradizionali mostrano segnali di vitalità, ma il loro andamento non è sufficiente a compensare le difficoltà del terziario. Il problema non riguarda dunque l'assenza di settori capaci di crescere, quanto piuttosto la difficoltà di estendere questa dinamica a una parte più ampia dell'economia regionale.
La fotografia regionale trova un'ulteriore conferma nell'analisi dei dati provinciali, che evidenziano una differenza significativa tra Perugia e Terni. Il capoluogo registra un valore aggiunto complessivo di 19,42 miliardi di euro, con una crescita del 2,01% rispetto al 2024. Nella graduatoria delle 107 province italiane si colloca al 65° posto.
Più difficile la situazione del territorio ternano, che raggiunge 5,92 miliardi di euro di valore aggiunto, ma registra un incremento dell'1,12%, fermandosi al 101° posto nazionale.
La distanza tra i due territori è evidente sia sul piano della crescita sia in quello della posizione in classifica. Il risultato di Terni contribuisce in particolare a ridurre la performance complessiva dell'Umbria, anche se neppure Perugia riesce a raggiungere la media italiana del 2,30%.
Le differenze emergono anche osservando i singoli settori. Nell'industria Perugia raggiunge il dodicesimo posto nazionale, con una crescita del 4,59%, mentre Terni si colloca all'82° posto, registrando una variazione negativa dello 0,07%.
La situazione si capovolge nelle costruzioni, dove è il territorio ternano a ottenere il risultato migliore. Terni raggiunge infatti la sesta posizione nazionale, con un incremento del 9,04%, mentre Perugia si colloca all'ottavo posto, con una crescita dell'8,01%.
Anche l'agricoltura mostra risultati positivi in entrambe le province. A Terni il valore aggiunto del comparto aumenta dell'8,61%, mentre a Perugia la crescita raggiunge l'8,55%. Il settore ha inoltre un peso maggiore nell'economia ternana, dove rappresenta il 4,03% del valore aggiunto provinciale, rispetto al 2,74% registrato nel Perugino.
La criticità più evidente, ancora una volta, riguarda i servizi. Nell'aggregato che comprende commercio, trasporti, ospitalità e comunicazione, Perugia registra una contrazione dello 0,44%, collocandosi al 101° posto nazionale, mentre Terni perde lo 0,50% e scende al 102°.
Entrambi i territori rientrano tra le sole nove province italiane che nel 2025 hanno registrato un calo del valore aggiunto in questo insieme di attività.
Anche gli altri raggruppamenti confermano le difficoltà. Nelle attività finanziarie, immobiliari e professionali Perugia è al 97° posto, con una crescita dell'1,04%, mentre Terni è 104ª, con lo 0,67%. Nell'aggregato che comprende anche pubblica amministrazione, scuola, sanità e altri servizi, il territorio perugino si colloca al 94° posto, con un incremento dello 0,89%, e quello ternano al 96°, con lo 0,70%.
Il confronto tra le due province restituisce un quadro differenziato, ma accomunato dalla stessa difficoltà: la debolezza dei servizi. Se da una parte il Perugino mantiene una posizione complessivamente migliore grazie soprattutto alla performance industriale, dall'altra Terni evidenzia risultati particolarmente positivi nelle costruzioni e nell'agricoltura, senza però riuscire a compensare l'andamento degli altri settori.