28 Oct, 2026 - 16:50

Crisi Comune di Terni: Bandecchi come Ciaurro? Le incognite dell'anatra zoppa

Crisi Comune di Terni: Bandecchi come Ciaurro? Le incognite dell'anatra zoppa

La situazione di un sindaco senza formale maggioranza in consiglio comunale non è una novità per Terni. Si chiama tecnicamente, nel gergo politico, "anatra zoppa".

L’espressione viene dall’inglese lame duck. In origine indicava una persona indebolita o in difficoltà, poi è entrata stabilmente nel linguaggio politico e istituzionale.

Il precedente ternano per eccellenza è quello del professor Gianfranco Ciaurro. Al suo secondo mandato, pur venendo eletto al ballottaggio, fu costretto a governare con una stabilità fragile e senza il controllo del Consiglio, perché il suo schieramento aveva meno seggi dell'opposizione.

A Stefano Bandecchi, invece, la condizione è maturata strada facendo. I paragoni diretti si fermano qui, perché i due personaggi sono distanti anni luce per carattere, modi di fare, piglio, storia e postura istituzionale. Ma la storia può aiutare i fatti del presente.

Crisi Comune di Terni: Bandecchi sindaco senza maggioranza

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Pur nella loro siderale distanza umana e politica, esistono tuttavia dei tratti comuni tra i due sindaci, a partire dalla dura battaglia per il riequilibrio territoriale e dalla difficoltà nei rapporti con la Regione come pure una spiccata propensione all'autonomia rispetto ai partiti tradizionali.

Eppure, la vera utilità di questo parallelo storico non risiede nelle similitudini personali, ma nella chiave di lettura che quanto accaduto in passato ci offre per decifrare l'attualità.

Se guardiamo alle dinamiche di base, il precedente di Ciaurro e la situazione attuale raccontano due modi diametralmente opposti di vivere e gestire una crisi istituzionale e politica. Non solo da chi è chiamato a governare ma anche da chi sta all'opposizione.

Trent’anni fa a Terni si fronteggiavano due schieramenti granitici, centrodestra e centrosinistra, pur permeati da vivaci esperienze civiche e di rappresentanza. Ma le decisioni si prendevano con esperienza e riflessione. 

Oggi si insegue un effetto wow, che produce effetti tattici più orientati allo storytelling e ai social network che a produrre fatti concreti. 

Opposizioni divise tra aule, social e photo opportunity

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Lo scenario, rispetto al 1997-1999 è completamente stravolto: i due poli maggioritari si ritrovano entrambi in minoranza, compagni di viaggio in un'opposizione frammentata in una galassia di battitori liberi, in gruppi mononucleari e in un nutrito gruppo misto.

Non mancano persino consiglieri che, nel giro di poco tempo, hanno fatto la spola più volte tra gli scranni della maggioranza e quelli della minoranza.

Anche per questo, forse, di fronte a questa seconda esperienza cittadina di un sindaco senza i numeri formali (almeno 17 consiglieri), le opposizioni sembrano impegnate quasi esclusivamente a misurarsi al proprio interno e a pesarsi a vicenda.

L'impressione netta è che gli eventi degli ultimi giorni, raccontati in maaniera naive come continue rese dei conti, servanbo solo a marcare il territorio in vista delle prossime tornate elettorali, cercando di mostrare una reazione, piuttosto che portare alla costruzione di una reale alternativa.

Non è affatto un caso che in questa crisi il dibattito sui temi sia, in larga parte, assente: l'unico collante è il coro “mandiamo a casa Bandecchi”, senza avere la minima idea di cosa fare il giorno dopo.

La differenza di spessore con il passato emerge in modo lampante. Nel 1997 l'amministrazione Ciaurro partì in salita fin dal primo giorno, con 18 seggi contro i 21 del centrosinistra di Palazzesi.

In quel Consiglio sedevano figure forgiate nella Prima Repubblica, dotate di un'esperienza politica e amministrativa tale da conoscere a menadito le dinamiche d'aula e saper distinguere una divergenza politica e di schieramento da una frattura istituzionale insanabile.

Nessuno correva dal notaio in cerca di una photo opportunity da postare online, a nessuno saltava in mente di invocare dimissioni in blocco per far cadere la giunta, anche se ci sarebbero stati i numeri già a poche ore dall'insediamento post-elettorale.

Come ricorda oggi Valdimiro Orsini, esponente del gruppo Terni Masselli Sindaco e veterano dell'aula, la prudenza e la capacità di determinare i passaggi politici ineluttabili, impose di aspettare “che la pera cadesse da sola, senza l'uso del bastone”.

Lo spettro del commissariamento e il rischio autogol politico

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Quel ragionamento, pur calato nella frenesia della politica odierna, fotografa alla perfezione l'attesa strategica di quella fase storica.

Nel 1999 Ciaurro capì di non avere più le condizioni per governare e, dopo un logorante braccio di ferro interno con i suoi partiti di riferimento e con alcune personalità di spicco, si dimise prima di affrontare le forche caudine dell'approvazione del bilancio.

Tutto si consumò fisiologicamente all'interno del Palazzo, nel consiglio, nelle commissioni e nel dibattito programmatico e politico.

Il commissariamento di Palazzo Spada  arrivò senza che l'opposizione mettesse in discussione formalmente il mandato del sindaco, lasciando al centrodestra che lo sosteneva l'onere e l'intera responsabilità politica del fallimento, poi punito dalle urne.

Oggi, al contrario, accelerare ciecamente la fine dell'amministrazione senza una proposta politica alternativa senza candidati forti e senza aver consumato tutti i percorsi istituzionali, rischia di trasformarsi in un autogol clamoroso per le stesse opposizioni.

Le conferenze stampa fuori da Palazzo Spada e i girotavola dal notaio per raccogliere le firme (poche) sanno di avventurismo puro. Un tatticismo che, come sottolinea il dem Emidio Gubbiotti citando Sergio Leone, produce il nulla: “Quando si spara si spara, non si parla”.

Non a caso il PD si è chiamato fuori da questa rincorsa alla visibilità effimera del momento.

Nel 1999 il centrosinistra attese l'epilogo della consiliatura con le dimissioni di Ciaurro, e ne capitalizzò l'effetto, per due motivi istituzionali e politici precisi. 

In primo luogo, con l'elezione diretta del primo cittadino, sfiduciare un sindaco significa assumersi la responsabilità di tradire apertamente il mandato degli elettori. L'inquilino di Palazzo Spada non è scelto come in passato tra i consiglieri, ma è investito del rapporto diretto con i cittadini.

In secondo luogo, provocare il commissariamento di un ente di primo livello come il Comune è una sconfitta per l'intera città, non una liberazione. Bloccherebbe ogni progetto - anche quelli condivisi - e ogni investimento, creando disagi e problemi ai servizi.

Politicamente, poi, sarebbe un regalo servito su un piatto d'argento al sindaco uscente, che avrebbe gioco facile a denunciare le classiche manovre di Palazzo orchestrate da opposizioni che voglionmo prenderne il posto senza passare per la vittoria elettorale.

Il bilancio di previsione 2027 e l'orizzonte del 2028

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Ma c'è un'avvertenza cruciale in questo complesso scacchiere politico istituzionale. Se Bandecchi riuscirà ad approvare il bilancio di previsione 2027, supererà di slancio lo scoglio più arduo.

Per farlo non gli occorrono i 17 consiglieri che non ha più. Ma la maggioranza semplice dei votanti nell'emiciclo di Palazzo Spada.

E se dovesse concedere aperture politiche, trattare con qualche dissidente o semplicemente poter contare su assenze o astensioni, ecco che l'impresa non sarebbe impossibile. 

Qualora dovesse farcela a passare lo scoglio del bilancio, potrà anche andare sotto in consiglio. Potrà subire ostruzionismi, critiche o attacchi quotidiani. Ma fino al bilancio 2028 (quello dell'anno elettorale) non dovrà più temere di cadere all'interno del consiglio comunale.

E' in occasione del bilancio che si giocherà la partita vera, dunque. Fino a quella conta decisiva, la spallata appare destinata a restare una minaccia con la pistola scarica. 

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