02 Nov, 2026 - 17:30

Crisi al Comune di Terni: la sinistra tenta la sfiducia a Bandecchi e si riunisce in Consiglio

Crisi al Comune di Terni: la sinistra tenta la sfiducia a Bandecchi e si riunisce in Consiglio

A Palazzo Spada il fronte progressista prova a forzare i tempi e a scommettere sulla spallata a Stefano Bandecchi, pur nella piena consapevolezza che le coordinate dell’aula rendono l’operazione un azzardo ad altissimo rischio di naufragio.

La rincorsa alle tredici firme necessarie a depositare formalmente la mozione di sfiducia resta appesa a margini strettissimi, mentre l'asticella dei diciassette voti utili a far cadere la giunta somiglia oggi a un approdo politico lontanissimo, a meno di clamorose sorprese o accordi ad oggi impensabili.

La decisione di andare allo scontro frontale segna uno scarto netto rispetto alla linea attendista del Partito Democratico ternano, fino alla scorsa settimana orientato a logorare il sindaco sul campo minato delle singole delibere.

A rompere gli indugi sono stati Alleanza Verdi e Sinistra, Sinistra Italiana e il Movimento 5 Stelle, intestatosi il ruolo di battistrada nella raccolta delle sottoscrizioni. Ma hanno pesato anche le spinte della segreteria regionale che lavora per tenere insieme la coalizione anche in ragione delle difficoltà della giunta Proietti e delle prossime tornate elettorali nazionali.

Crisi a Terni: mozione di sfiducia a Bandecchi e numeri a Palazzo Spada

 

Con il capogruppo pentastellato Claudio Fiorelli schierato in prima linea per federare i banchi dell'opposizione, il M5S ha scelto la via della rottura aperta: “Chi vuole chiudere questa amministrazione sa che può contare sul nostro impegno”.

L'appuntamento per serrare i ranghi è fissato per sabato 7 novembre alle ore 10, nell'aula consiliare, con un'assemblea pubblica promossa insieme a Pd, AVS, Casa Riformista-Italia Viva, Psi e Rifondazione Comunista.

Il Pd, dal canto suo, ha ricalibrato la manovra. Il segretario provinciale dem Carlo Emanuele Trappolino ha blindato la disponibilità del partito a misurarsi sul terreno istituzionale: “Se il sindaco Bandecchi non ha più la maggioranza, siamo disponibili a sfiduciarlo e a farlo in Consiglio”.

Una posizione che sarà vagliata mercoledì 4 novembre nell'assemblea congiunta comunale e provinciale di via Mazzini, con la relazione del capogruppo Pierluigi Spinelli e le conclusioni del segretario regionale Damiano Bernardini.

Anche Sinistra Italiana incalza la coalizione: “L’esperienza di Bandecchi è politicamente finita. Ora le opposizioni del campo largo hanno aperto una strada per mandarlo a casa. Vedremo chi risponderà”, dichiarano la segretaria regionale Federica Porfidi e il provinciale Emiliano Listanti.

I nodi politici, tuttavia, si scontrano con la fredda aritmetica consiliare: la mozione sembra più destinata a compattare gli schieramenti al proprio interno in fuzione anti-bandecchiana che non a creare le condizioni per un'azione comune. Tanto che il sindaco Stefano Bandecchi continua a ostentare sicurezza e a parteipare da protagonista a tutte le manifestazioni pubbliche.

Dal fallimento dal notaio allo scontro tra Fratelli d'Italia e il Pd

La mossa del centrosinistra arriva all'indomani del vicolo cieco in cui si è infilata la manovra parallela del centrodestra. L’iniziativa promossa da Fratelli d’Italia con lo studio notarile Cirilli si è arenata ben prima del traguardo. 

Il tentativo di raccogliere le dimissioni contestuali vincolate al raggiungimento della soglia critica di diciassette consiglieri ha registrato un deficit di una decina di adesioni rispetto all’obiettivo.

A fronte dello stallo, il partito ternano ha cercato di passare il cerino acceso alla sinistra che dal notaio non è andata con una nota polemica: noi il nostro passaggio lo abbiamo compiuto, se il centrosinistra deposita la mozione noi ci saremo. Resta però l'incognita sull'effettiva compattezza del centrodestra.

Non vi è certezza, infatti, che le altre componenti dell'area e il consigliere vannacciano Orlando Masselli siano disposti a convergere su un'iniziativa a totale trazione progressista. Pesano in misura ancora più decisiva le intenzioni dei quattro consiglieri dissidenti fuoriusciti da Alternativa Popolare e confluiti nel gruppo “Per Terni”, formazione che solo pochi giorni fa ha cancellato il nome del sindaco dal proprio simbolo.

Senza l'apporto organico di questa frangia, il fronte dei firmatari si fermerebbe a quota undici, rendendo velleitaria persino la presentazione dell'atto all'ufficio di presidenza.

Gli aghi della bilancia Ferranti e Orsini: il rebus dei 17 voti in aula

Anche nell'ipotesi in cui l'intesa tra le minoranze producesse tredici o quindici firme per incardinare la sfiducia nel calendario dei lavori, l'approvazione finale richiederebbe almeno due ulteriori voti favorevoli durante la seduta.

In questo scenario, i margini di manovra dipendono dalle scelte di figure chiave dell'emiciclo come Francesco Ferranti, capogruppo di Forza Italia e vicepresidente della Provincia, e Valdimiro Orsini. Ex popolare, eletto in una lista civica a sostegno di Masselli e collocato in una posizione di totale autonomia, quest'ultimo ha già chiarito di voler valutare ogni atto in aula secondo coscienza, rifiutando automatismi di coalizione.

Tranchant anche la replica affidata ai social da Ferranti, che ha preso le distanze da accelerate ritenute inconcludenti: “Personalmente reputo questo marasma del tutto nocivo all’interesse della città, vedo molti muoversi in modo confusionario e mossi da smanie di protagonismo”.

L'esponente azzurro ha ribadito la centralità del lavoro d'aula su temi specifici: “I temi che reputo essenziali e strategici sono: pressione fiscale da abbassare, decoro urbano con particolare attenzione alle strade, servizi funzionali e qualitativamente adeguati. Meno tasse, più servizi e più decoro deve essere il motto e il viatico per l’interesse di Terni”.

A Terni la partita politica resta dunque aperta tra il pressing delle opposizioni e la ricerca spasmodica di quei diciassette voti che, al momento, nessuno sembra avere in tasca.

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